NUMERI PER UN FILO’
Per Filò, nella nostra preistoria famigliare, significava raccogliersi a fine giornata intorno all’ultimo fuoco del camino, mamme, nonne, bambini, a raccontare storie, filastrocche, sogni, talora benevoli dicerie. Un modo intimo di socializzare intrinseco nell’animo umano, verrebbe da dire, pure nella crudezza dell’attuale periodo.
In questo numero di LAV abbiamo messo in fila tre cifre tonde, 40, 50, 120, perché accendono altrettante storie buone per ritrovarsi.
Quarant’anni fa, il 16 agosto 1986, di rientro da un tentativo allo sperone sud-ovest del K2 dopo essere giunto a poche centinaia di metri dalla vetta, se ne andava Renato Casarotto, preso da un crepaccio a poca distanza dal campo base. Nonostante l’affannoso recupero da parte di chi lo aveva visto sparire nella neve, l’alpinista vicentino s’accasciò definitivamente. Fu tumulato nella pancia dello stesso ghiacciaio che lo aveva tradito e che diciassette anni dopo ne restituì la salma (oggi giace presso il Memorial Gilkey, in vista del K2). Ben sappiamo quanto valga la parabola di Casarotto nella storia dell’alpinismo moderno. A quarant’anni dalla scomparsa, lo ricordiamo narrando il suo esordio dolomitico con l’allora misterioso “settimo grado”.
Ci scrive Giorgio Peratoner, presidente della sezione di Gorizia del CAI: “Quando il 6 maggio del 1976 il tremendo terremoto del Friuli inghiottì case e persone portando via tutto ciò che era la normalità, la macchina degli aiuti si mosse con estrema rapidità per fornire il primo soccorso, per sgomberare le macerie e salvare genti, per dare generi alientari e di primo conforto, per aiutare la ricostruzione.
Questa tragedia è nella memoria storica di molti che hanno vissuto quel momento direttamente, ma anche chi non era in quelle zone si ricorda perfettamente cosa stava facendo quando ha sentito a scossa che giunse fino a noi”. Nelle prossime pagine non troverete altri dettagli di quell’immane sciagura, ma preme ricordare come cinquant’anni fa, nel numero di LAV che uscì a giugno, Camillo Berti titolò l’editoriale “Mandi Friùl”. Seguiva un pugno di righe di cordoglio e un’eloquente foto: un muro ancora in piedi davanti ai resti di una casa, sul quale campeggiava in grandi caratteri di vernice, l’esemplare frase “il Friuli ringrazia e non dimentica”.
Riprendiamo, infine, quanto scritto per la nostra rassegna da Lorenzo Viganò – che ringraziamo – per ricordare i centovent’anni dalla nascita di Dino Buzzati, genio e talento eclettico, che tutto riassume: l’importante è raccontare storie.
Buona lettura. Anzi Buon filò.