LETTERE DALL’ALTRO MONDO
Marcell Jankovics era un poeta di Budapest. Nacque nel 1874 emorì nel 1949.
A noi è noto perché nel 1902 battezzò “Campanile San Marco” quel “delfino impietrito” che guizza verticale dal mare delle Marmarole. Appena dopo la seconda guerra mondiale, con il taglio dell’Europa in due blocchi contrapposti, Antonio Berti inviò alcune lettere oltre la cortina di ferro, nel tentativo di riallacciare antiche amicizie alpinistiche. Da Budapest gli rispose proprio la vedova di Jankovics con “Lettere dall’altro mondo”, uno scritto del marito datato 1924, che Berti pubblicò in LAV (3/1950).
In un paio di pagine Jankovics narra della terza volta che, a distanza d’anni, era salito sul Cristallo. Giunto in vetta, l’alpinista ritrovò la bottiglia che conteneva i biglietti di coloro che l’avevano calcata nei decenni precedenti, tra i quali anche i suoi del 23 luglio 1894 e del 1° agosto 1914. Gli capitò fra le dita pure quello di Franco Arnaldi, un ragazzo di Torino che aveva guadagnato la cima quello stesso 1° agosto 1914, a Grande Guerra appena innescata. Jankovics, leggendo quel nome, ricordò improvvisamente l’incontro in vetta.
Fu l’italiano ad attaccare bottone:
– Che bellezza! – Annuii, guardando con tristezza l’estraneo che stava più alto di me.
– È bello! – Sentii l’irrequieto scricchiolare delle sue scarpe chiodate sulle pietre nere, nella macchia di neve liquefatta. Mi guardò.
– Inglese? – Feci segno di no.
– Tedesco? – Di nuovo: no.
– Ungherese? – Mi levai impaurito come se avessi improvvisamente percepito il significato infinitamente triste di quella parola, del miserabile avvenire. Alzò un dito alle labbra facendo cenno di tacere. Dimentichiamo che oggi è il primo agosto 1914, che comincia un nuovo volume di storia, da rilegarsi in nero, con la cronaca penosa dei dolori, delle delusioni, del male dell’anima, che la musa spietata non dovrebbe scrivere e che le generazioni future nondovrebbero leggere. Non parlammo e ci demmo la mano.
L’incontro s’allungò per tutta la discesa dalla cima e si concluse con un’altra stretta di mano nei pressi di Passo Tre Croci: l’italiano scese verso Auronzo, l’ungherese ad Ampezzo.
Uscito dal torpore mentale generato dal ricordo, Jankovics prese a sistemare le carte dentro la bottiglia, incrociando inaspettatamente un altro biglietto del torinese:
“Franco Arnaldi, primo agosto 1917. Non si può vivere senza sole”.
Il ragazzo era dunque tornato sulla cima del Cristallo nel pieno dei combattimenti che, in quella zona, furono cruenti. Il ricordo allora riprese vigore, accompagnando l’intellettuale ungherese lungo la discesa. Tornato a Tre Croci, Jankovics entrò nel piccolo cimitero di guerra che si trovava nei dintorni del Passo. Una delle lapidi portava inciso: “Franco Arnaldi, tenente 7° Alpini. 1.VIII.1917”. Il cantoniere di stanza al Passo, gli confidò che Arnaldi fu colpito in cima al Cristallo da una scheggia di granata sparata dal Piana.
Jankovics concluse così il pezzo:
«I raggi scherzavano con carezze ammalianti su quella piccola croce bianca. Meditavo: ho vissuto nell’epoca in cui si doveva pagare con la vita un raggio di quel sole che è di tutti. Ho letto questo lassù, nelle lettere dall’altro mondo».
A margine, Antonio Berti aggiunse qualche riga: «Questi scritti che ci giungono d’oltralpe, ci appaiono come mani tese al di sopra dei confini. Noi siamo lieti di stringerle. Coloro che le tendono e coloro che le stringono sentono da europei: sentono la voce solenne della  libertà, della fratellanza e della pace».
Oggi, qui, vogliamo ribadire quanto pubblicato fin dal lontano 1950.
Il messaggio potrà sembrare ovvio, ma preme l’urgenza d’urlarlo ancora. A pieni polmoni.
m.g.