“TUMBAS” ALPINE

Sostiene un grande scrittore contemporaneo, Cees Nooteboom, che, accostandone le tombe, i morti non parlino, a meno che non siano poeti o pensatori. In questo caso è possibile ascoltarli ancora, e all’infinito. È per questo che negli ultimi decenni ha setacciato il Globo alla ricerca delle sepolture dei grandi maestri (tumbas, in spagnolo, più musicale). E se vogliamo ascoltare ancora Stevenson, dovremmo faticosamente districarci lungo una selvaggia altura di un’isola polinesiana, fino a raggiungerne l’estrema cresta e ritrovare la sua piccola tomba a forma di piroga che, da lassù, abbraccia l’oceano. È certamente un po’ più facile (ma necessita ugualmente di ricerca) per Italo Calvino, oppure per Thomas S. Eliot, de Cervantes, o Joseph Roth.
Proviamo allora ad entrare in un intimo cimitero di montagna, magari leggermente innevato. Spingiamo il vecchio cancello in ferro battuto, immaginandoci già il suo rumore. Superiamo la larga ombra del campanile e lo sguardo dell’abituale guardiano. Infine, sostiamo davanti alla tomba di qualche antica guida alpina, o di Emilio Comici a Selva, di Mazzotti a Santa Fosca, di von Glanvell e Casara a Braies, di Norman Neruda a Ortisei, di Piussi a Saletto, in Val Raccolana.
Avviciniamo quella di Antonio Berti nell’isola di San Michele, di Lorenzo Massarotto a Villa del Conte, o ancora, di Armando Aste a Borgo Sacco.
Forse, li sentiremo ancora raccontare. Dovremmo star lì ad ascoltare.

m.g.