LA PIETRA ANGOLARE

Si fa leggere con interesse lo scritto di Paolo Cognetti pubblicato in “Robinson”, il domenicale di Repubblica dell’ultimo 26 marzo.
“Cento volte sulla vetta, il Cervino è mio fratello”, titola l’articolo che narra di alpinismo estremo e cifra umana di Hervé Barmasse, nel fondo dell’iconica montagna di casa.
Di primo acchito, il pezzo nulla centra con la microimmagine scelta a guarnire il bollino CAI di questo 2017, ovvero la Torre Winkler e i centotrent’anni dalla sua prima salita. Ma sarà che si parla di una tra le più forti guide alpine contemporanee, ed ecco che rimbalza un sottile richiamo alla storia del rapporto tra uomo e montagna.
Georg Winkler è uno studente ginnasiale che parte da Monaco per giungere alle Dolomiti. Ha diciassette anni quando sale da primo il camino sulla Cima della Madonna insieme a un professore di Augusta che ha il doppio della sua età (e che sparirà dalle scene dopo quell’ascensione). E ne ha diciotto da un paio di settimane quando, solo, traversa il Gartl per portarsi sotto l’enigmatica torre. Inutile raccontare ancora di come il ragazzetto affrontò, vinse e discese quella cima che peraltro non battezzò neppure, limitandosi a citarla come “la più piccola delle torri di Vajolet”. Gli venne dedicata da due suoi amici l’estate successiva, dopo che ne fecero la prima ripetizione. Al tempo, infatti, Winkler era già stato spazzato da una valanga sulla ovest del Weisshorn, nella valle dello Zinal. Anche lì era solo, e quanto rimase di lui ritornò dai ghiacci quasi un settantennio dopo, nell’estate del 1956.
Oltre l’inevitabile ascesa del mito, è con questo diciottenne bavarese di fine Ottocento che l’alpinismo espone il rapporto tra isolamento, verticalità e rischio quale nuovo oggetto di culto, predisponendo un ponte ideale verso il futuro.
Oggi traboccano oltremisura le dirompenti righe di Domenico Rudatis, forse poco note, pubblicate in “Lo Sport Fascista” del marzo 1930: “Cos’è il vostro valore, o guide esperte e sagge cui intere generazioni di esperienza non vi avevano ancora portato alle prime possibilità di un giovinetto? Cos’è la vostra esperienza, o pionieri, o Whymper, o Mummery, o tanti altri come voi fieri, con tutta la vostra scienza, il vostro organizzare spedizioni, con tutto il vostro orgoglio, che non avete mai osato salire tanto arditamente in alto quanto l’umiltà di un giovinetto?”.
Anche svestendolo da codici ideologici e linguaggi superati, non tutto il pensiero di Rudatis è condivisibile. Eppure è lucido il significato di fondo per cui, più che ponte ideale, il canone di Winkler diviene pietra angolare su cui verrà costruito l’alpinismo moderno.

PS: A proposito di numeri tondi, proprio con questo fascicolo LAV di anni ne fa settanta!
Grazie di cuore a tutti coloro che, in questo ampio vissuto, l’hanno permesso.

m.g.